LOCOROTONDO

Tra Bianco splendente e balconi fioriti. Inserito nell’elenco dei Borghi più Belli d’Italia, la città appare arroccata come un faro sull’altopiano della Valle d’Itria.

Dove si trova Locorotondo?

Locorotondo confina a nord con Fasano (BR) e Alberobello, a ovest e a sud con il territorio di Martina Franca (TA).

La storia di Locorotondo:

Il centro storico di Locorotondo, premiato con la Bandiera Arancione del Touring Club per l’armonia delle forme e la facilità di fruizione del centro storico, è un monumento unico di fascino e incanto con le sue case imbiancate a calce, i vicoli acciottolati, gli eleganti portali e i balconi fioriti. Accanto ai trulli, la città di Locorotondo è rappresentata dalle cosiddette “cummerse”, piccole case di forma geometrica con tetti spioventi, imbiancate a calce e oggi restaurate e offerte ai turisti come originali alloggi, sparsi per il quartiere storico, uno dei primi alberghi diffusi nella zona. Situato nel quartiere storico.

vista panoramica di Locorotondo

Cosa fare a Locorotondo?

Prepara le papille gustative ad un viaggio nella Valle d’Itria… tra un assaggio e l’altro, alla scoperta di piatti tipici tra i sapori di questa terra!

Viaggiare è anche mangiare tipico. Per vivere l’esperienza di conoscenza di un nuovo luogo, bisogna assaggiare i piatti tipici, ne siamo convinti.
Sapori nuovi, ricette inedite, preparazioni goduriose: la scoperta del mondo passa spessissimo dal palato!
E allora eccoci pronti a suggerire il nostro ristorante per provare i piatti tipici di Locorotondo.

Perché visitare Locorotondo?

Perché visitare Locorotondo centro storico?
Locorotondo, è il borgo delle “cummerse” ossia dei tetti spioventi rivestiti di lastre calcaree dette chiancarelle. Tradizione e arte sono le caratteristiche principali di questa città, dove le case rustiche si combinano con chiese barocche ed edifici storici. Locorotondo è una città in cui tutto viene preso sul serio e la modernità viene evitata quando possibile.

Cosa Vedere a Locorotondo?

Scelto come set di film tra cui Mio cognato con Sergio Rubini, Così è la vita con Aldo, Giovanni e Giacomo e Baciami piccina con Vincenzo Salemme, Locorotondo è un suggestivo borgo da non perdere in un viaggio alla scoperta della Valle d’Itria.

Cosa vedere nella visita guidata di Locorotondo?
Locorotondo è una moltitudine di angoli accoglienti, occhietti, panorami mozzafiato e strade di piccoli archi che sono come piccoli gioielli agli occhi dei visitatori del borgo. Racchiudono gioielli le cui mille sfaccettature si possono ammirare non appena si attraversa Porta Napoli.

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Locorotondo spicca sull’altopiano delle Murge dei Trulli con l’affascinante abitato circolare dalle caratteristiche case bianche.
Tra i Borghi più belli d’Italia e Bandiera Arancione Touring Club Italiano, Locorotondo è arroccata su un altopiano nell’area sud-orientale delle Murge dei Trulli, nel cuore della Valle d’Itria, a meno di 10 km da Alberobello.

vista panoramica città di locorotondo

Il villaggio prende il nome dalla caratteristica forma circolare del centro storico, costruito intorno all’anno 1000 e costituito da un gruppo di capanne costruite dai contadini su una collina, le tipiche “cummerse” (piccole case con tetti spioventi).

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Cosa mangiare a Locorotondo? Dove mangiare a Locorotondo?

La cucina tradizionale di Locorotondo è una vivida espressione dei principi salutari dell’antica dieta mediterranea. La tradizione gastronomica conservata a Locorotondo è quella di una cucina consueta e contadina, che costituisce gran parte della cucina della regione. Nel complesso, l’alimentazione contadina seguiva le regole rigide e necessarie della dura realtà sociale delle classi meno abbienti. Conoscendo gli ingredienti di base, si possono imparare le ricette dei piatti locali. Il grano è il primo di questi.

L’ampio utilizzo del grano, nelle varietà tenere e dure, è ampiamente accertata nella cucina paesana, sia nel confezionamento di paste alimentari casalinghe, sia nella preparazione di pane casereccio e di squisite focacce e sia direttamente come nell’antica ricetta detta: U Rijène Spugghiète. Con la farina di grano tenero viene preparato il pane e con la pasta del pane le ottime friselle, le fragranti focacce (a jarie de furne nella versione pomodoro, olio ed origano ed in quella con sale grosso ed origano) con l’aggiunta di patate lesse si preparano focacce ripiene alla cipolla porraia (spunzèle).

Sempre con la farina di grano tenero, la tradizione ci tramanda i dolci delle grandi festività: i ficazze fracete (fagottini di pasta, ripieni di marmellata di cotogne ed uva, cotti al forno) i tarallini bolliti ed i grossi taralli pasqualini alle uova avvolti da dolcissimo giulebbe (scehppc), le croccanti incartellate e le soffici pettole cosparse di miele o di profumato sapa (mirecuitte) usato già dai latini mescolato a neve fresca. Una curiosità: per la gioia dei più piccoli in occasione della Pasqua veniva preparato con la pasta dei taralli alle uova un dolce, a ciambella intrecciata, nel quale venivano inseriti una o più uova fresche quindi cotte al forno e ricoperto di giulebbe e granella multicolore, il cosidetto curruculu, dall’etimo oscuro.
Nel confezionamento di paste alimentari casalinghe vengono tuttora usate tre tipi di farina: la semola di grano duro, la farina integrale (‘u rîusse) e farina di grano tenero in aggiunta alle altre. Le paste comunemente usate sono: le tagliatelle (a sagne) gustate con ragù o con il sugo di baccalà o con i ceci; i cecolini (frecidde) cucinati per lo più con i legumi; il particolarissimo tridde, tipico del sud barese.

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U TRIDDE, caso raro nella gastronomia locale, sembra appartenere alla opulenta cucina borghese di qualche tempo fa, almeno per due ottime ragioni: la ricchezza degli ingredienti e le particolari ricorrenze nella quale la pietanza veniva preparata.
Il Triddo, altrimenti detto Maltrito è una pasta casalinga frutto di una preparazione lunga e meticolosa. Con della semola di grano duro si impastano alcune uova intere, e alcune generose cucchiaiate di pecorino locale (per chi non lo gradisce, parmigiano) grattugiato, si aggiunge una copiosa manciata di prezzemolo tritato finemente, sale quanto occorre. La pasta va lavorata lentamente, senza aggiungere acqua e dovrebbe risultare morbida ma consistente, quindi con un jalanère (specie di matterello) tirate una sottile e porosa sfoglia. Lasciata ad asciugare per qualche tempo, con molta pazienza si staccano dalla sfoglia minuscoli e difformi pezzettini che verranno fatti asciugare un altro po’ di tempo e quindi cucinati normalmente, infine conditi con del buon brodo di tacchina caldo e spolverati con del formaggio grattugiato.
In passato, questa singolare pietanza, veniva consumata in determinate occasioni; tristi, allegre, sacre: il Natale, la Pasqua ma specialmente, secondo le testimonianze dei più anziani, il triddo, per la sua sostanziosa delicatezza, era particolarmente indicato per il quinzo (dal latino conso, consolatio: il frugale pasto offerto da amici o conoscenti agli affranti parenti del defunto). Ma vi erano anche occasioni allegre per preparare il tríddo: certa sembra essere l’antica usanza di offrire alla puerpera, dopo un recente e felice parto, un piatto della squisita e delicata pietanza condita però con il brodo di due colombi donati generosamente dalla madrina del nascituro.

A CIALLÉDDE. E’ un piatto della cucina contadina povera di altri tempi, ma il fatto d’essere nutriente, leggero e fresco lo rende estremamente attuale. Evoca profumi e sapori ormai dimenticati, si rende adatto per le serate estive. In una capiente coppa si mette dell’acqua fredda, e vi si schiacciano dei pomodori, quelli piccoli e dolci, un tenero gambo di sedano tritato, un’abbondante presa di solare origano, sale quanto basta; facoltativi sono il pepe o il peperoncino e l’aglio. Rimestare il tutto, quindi immettere nella coppa del pane casereccio raffermo e precedentemente spezzettato e nuovamente rimestare lentamente affinché il pane possa assorbire l’intruglio saporoso nel quale verseremo per ultimo una sostanziosa quantità di olio extravergine d’oliva, ovvia-mente crudo.
Non resta che mescolare ancora un po’ e… buon appetito!

GNUMERÈDDE SUFFUCHÈTE. Il fatto che le interiora degli animali fossero una prelibatezza culinaria non dovrebbe far storcere il naso agli increduli; infatti è ben noto, sin dall’antichità classica, quanto i nostri cugini greci amassero le frattaglie degli animali; per questo quando immolavano le vittime sacrificali (bovini ed ovini) ai loro dei, appena sventrata la tenera bestia, arrostivano le ancora fumanti visceri sui carboni ardenti consumandole avidamente, mentre ironia della sorte, lasciavano bruciare tutto il resto della carcassa.
I gnumerèdde suffuchete si preparano con trippa, ed interiora di agnello adulto (agnellone), ridotte in piccole porzioni avvolte in un riquadro di trippa e legate a mo’ di gomitolo da un segmento di budella (difatti gnumeredde significa appunto gomitolo, involtino); all’interno si inseriscono alcune foglie di prezzemolo.
Oggi gli involtini non si preparano più fra le pareti domestiche, ma si possono acquistare nelle molteplici macellerie del paese, puliti e preparati a regola d’arte; ovviamente prenotandoli con buon anticipo, data l’enorme richiesta.

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